I DISASTRI DELLA SOCIETA’ DOMINATA DALL’”IO”

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Ho la sensazione che l’“IO“, il più irritante e cacofonico dei pronomi, abbia ormai esaurito il suo fascino e la sua prorompente energia. È stato il fertilizzante vitale per quell’etica dell’individualismo che ha catapultato l’essere, la persona alla solitudine, al narcisismo e all’infelicità. Una solitudine e una sofferenza non fisica, ma mentale, che ha sequestrato l’individuo nella gabbia dell’egocentrismo e dell’egoismo, tarpando le ali al più nobile dei pronomi, “NOI“.

Un “IO” legittimato e certificato da una certa tradizione filosofica, letteraria e psicoanalitica che ha contribuito ad alimentare quella coscienza autoreferenziale che ha favorito l’esasperata e compulsiva ricerca del piacere, del possesso e del potere. L’”IO” smisurato di quei leader che si autocandidano, proclamandosi tali, in una sorta di autoinvestitura perenne, motivati dall’odioso pronome e dall’autopromozione della propria persona.

In nome dell’“IO” sono nati non pochi fraintendimenti e giustificazioni di varia natura. È stato infatti proprio “Lui”, con le sue assurde e deliranti pretese ad armare la mente dei personaggi più crudeli e malvagi della storia che hanno sconvolto l’umanità. Un “IO” sempre in agguato, che ha rappresentato “il mastice“, il tentativo di unificare e aggregare interrogativi irrisolti sulla nostra sfera cognitiva, mentale ed esistenziale. Per assicurarci comode ma fantasiose risposte sulla nostra identità, sulle nostre pulsioni e sul nostro decidere e agire nel quotidiano.

L’”IO” non c’è, non è mai esistito. È stato un comodo paradigma, trasformato in parola, utilizzato per spiegare l’inspiegabile. Una delle tante metafore fortunate che hanno sostenuto illusioni, suggestioni e fantasie di ogni natura. Forse l’”IO” così concepito è più materia astratta, metafisica, per coloro mossi da una sorta di “accanimento terapeutico” per tenere in vita, sostenere qualcosa che non trova riscontro nella realtà.

L’”IO” al vaglio delle neuroscienze, alla verifica del suo domicilio nel nostro cervello non risulta, perché è un inquilino non pervenuto, senza dimora né identità. E allora, alla fine è lecito chiedersi, domandarsi: “IO CHI?

Pubblicato sul Corriere della sera del 12 luglio 2015

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